Il Diavolo Veste Prada 2, Meryl Streep critica i villain semplificati: “La vera cattiveria ha sfumature”

Meryl Streep smonta la logica bianco-nero dei blockbuster e rilancia: nel sequel de Il Diavolo Veste Prada, Miranda Priestly è più umana, fragile e scomoda che mai. Un segnale che il cinema sta cambiando rotta.

La Streep contro i “cattivi di plastica”: cosa ha detto davvero

Ospite dell’Hits Radio Breakfast Show’s, Meryl Streep ha usato parole nette: “Tendiamo a fare film come la Marvel: abbiamo cattivi e buoni, ed è così noioso.” Nessun attacco frontale a un franchise specifico, piuttosto un ragionamento sulla pigrizia narrativa che divide i personaggi in due caselle: eroe o criminale.

Il bersaglio è la semplificazione. Streep non nega che esistano villain riusciti anche nei cinecomic — Thanos ha una sua filosofia, Loki è stato scavato fino all’osso nella serie Disney+ — ma contesta il modello dominante: troppi antagonisti costruiti solo per essere sconfitti nell’atto finale, senza psicologia, senza contraddizioni, senza quella zona grigia che rende un personaggio memorabile.

La sua arma retorica è Miranda Priestly. Un personaggio che il pubblico non ha mai smesso di citare, imitare, rivalutare. Perché non è riducibile a “cattiva”. È spietata, sì. Ma anche brillante, sola, consapevole del prezzo che paga per il potere. Il tipo di complessità che, secondo Streep, il cinema mainstream sta progressivamente abbandonando.

Miranda nel sequel: meno corazza, stesse cicatrici

Ne Il Diavolo Veste Prada 2, Miranda Priestly torna in scena, ma il terreno sotto i suoi tacchi si è spostato. Il settore della moda è cambiato. I visionari vengono trattati da venditori. Il digitale ha riscritto le gerarchie. E Miranda, per la prima volta, non controlla più tutte le variabili.

Nel primo film, la telecamera seguiva Andy. Vedevamo gli ostacoli della giovane assistente, non quelli della direttrice. Nel sequel il punto di vista si allarga. I momenti di vulnerabilità — già accennati nella celebre scena dell’hotel, dove Miranda piange senza trucco e senza scudo — diventano strutturali. Non sono eccezioni: sono il motore della storia.

Streep ha voluto quella crepa fin dall’originale. “Vedere la donna dietro la corazzata” era una sua richiesta esplicita alla produzione. Nel secondo capitolo quella crepa si allarga: c’è realizzazione, riconciliazione, resa dei conti con le conseguenze dei propri metodi. Miranda paga il karma dell’abuso di potere mostrato nel primo film. La sua reputazione si erode. L’età — lavorativa prima ancora che anagrafica — la spinge ai margini di un gioco che lei stessa ha contribuito a inventare.

E poi c’è la domanda più tossica di tutte: cosa resta quando togli il lavoro a una persona che non ha costruito nient’altro?

Cosa cambia per noi in Italia?

L’Italia ha un rapporto particolare con questo dibattito, per almeno tre ragioni.

Il peso del doppiaggio. La voce italiana di Miranda Priestly è quella di Maria Pia Di Meo, che ha contribuito a definire il personaggio per il pubblico italiano tanto quanto Streep stessa. Nel doppiaggio italiano del primo film, alcune sfumature ironiche dell’originale sono state rese più dure, più taglienti. Questo ha rafforzato la percezione di Miranda come “cattiva pura” presso gli spettatori italiani. Sarà interessante verificare se il sequel corregge il tiro anche nella versione localizzata.

Il box office italiano ama Streep. L’Italia è storicamente uno dei mercati europei più ricettivi per i film con Meryl Streep. Il primo Diavolo Veste Prada incassò oltre 16 milioni di euro in Italia nel 2006 — un risultato enorme per una commedia non italiana. Il sequel arriva in un momento in cui il cinema in sala fatica a riempire le poltrone: secondo i dati ANICA, nel 2024 gli incassi complessivi in Italia sono calati del 12% rispetto al 2023. Un titolo con questo livello di attesa potrebbe invertire la tendenza, almeno per una settimana.

Il tema dell’ambizione femminile in un Paese che ancora fatica. Streep sottolinea che Miranda, se fosse un uomo, verrebbe letta come un genio visionario. In Italia questo doppio standard è ancora radicato. Secondo il Global Gender Gap Report 2024 del World Economic Forum, l’Italia si posiziona all’87° posto su 146 Paesi per parità di genere. Le donne in posizioni dirigenziali nelle aziende italiane rappresentano il 21,1% del totale (dati ISTAT 2024). Miranda Priestly, nel contesto italiano, non è solo un personaggio: è uno specchio scomodo.

Parametro Il Diavolo Veste Prada (2006) Il Diavolo Veste Prada 2 (2025)
Regista David Frankel David Frankel
Incasso Italia (primo film) ~16 milioni € Da verificare
Ruolo di Miranda Antagonista dominante Protagonista in crisi
Punto di vista narrativo Andy (Anne Hathaway) Corale, Miranda inclusa
Tema centrale Sopravvivere al potere altrui Fare i conti col proprio potere
Sfumature del villain Poche (scena hotel come eccezione) Strutturali (vulnerabilità come motore)
Donne dirigenti in Italia (anno riferimento) ~15% (2006, stime) 21,1% (ISTAT 2024)

Il cinema dei villain sta davvero cambiando?

Streep non è sola in questa posizione. Negli ultimi anni il cinema ha prodotto una serie di opere centrate sulla complessità morale dell’antagonista: Joker (2019), Cruella (2021), Wicked (2024). Il trend è chiaro: lo spettatore non vuole più tifare per default. Vuole capire, giudicare, cambiare idea.

Ma c’è un rischio simmetrico. Giustificare ogni cattivo, spiegare ogni crudeltà con un trauma infantile o un sistema ingiusto, può diventare altrettanto prevedibile della vecchia logica bianco-nero. Il punto di Streep è più sottile: non si tratta di rendere simpatici i cattivi, ma di renderli reali. Miranda Priestly funziona perché non chiede compassione. Mostra semplicemente il costo delle sue scelte. E lascia allo spettatore la libertà di decidere cosa provare.

Questa è la differenza tra un villain scritto bene e un villain “riabilitato” per compiacere il pubblico.

Domande frequenti

Ma Meryl Streep ha davvero attaccato la Marvel? No. Ha usato la Marvel come esempio riconoscibile di narrazione che tende a dividere nettamente buoni e cattivi. Non ha preso di mira un film o un personaggio specifico. È una critica al modello, non al franchise.

Miranda Priestly nel sequel è diventata buona? No. È diventata più leggibile. Si vedono le conseguenze delle sue azioni passate, la fragilità dietro l’autorità, il peso dell’isolamento. Ma resta una persona dura, esigente, a tratti spietata. Non c’è redenzione facile.

Il doppio standard uomo-donna di cui parla Streep esiste davvero nel cinema italiano? I numeri dicono di sì. Le registe donne in Italia rappresentano circa il 18% del totale (dati Fondazione Cinema per Roma, 2024). I personaggi femminili complessi e moralmente ambigui restano rari nel cinema italiano mainstream, dove le donne ricoprono più spesso ruoli di supporto emotivo che di potere contestato.

Il Diavolo Veste Prada 2 uscirà al cinema in Italia? Sì. La distribuzione italiana è confermata da Disney. La data di uscita prevista è allineata al lancio internazionale nel 2025. Il doppiaggio italiano è in fase di lavorazione.

Questo trend dei “villain umanizzati” non rischia di annoiare quanto i cattivi di plastica? È un rischio concreto. Se ogni sequel o prequel esiste solo per spiegare “perché il cattivo è diventato cattivo”, si cade in un altro schema ripetitivo. La differenza la fa la scrittura: mostrare complessità senza giustificare tutto. Streep lo sa, e Miranda Priestly resta efficace proprio perché non chiede di essere perdonata.

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